Svevo letto e interpretato da Eduardo Saccone
Bibliographic Data
| ID | 10614397 |
|---|---|
| Authors | Matteo Palumbo (corresponding author) |
| Year | 2014 |
| Volume | 129 |
| Issue | 3S |
| Pages | S109-S119 |
| Publication date | 2014-04-01 |
| Open Access | No |
| Type | ARTICLE |
| Venue | Modern Language Notes (JOURNAL) |
| Journal identifiers | ISSN: 0149-6611 • E-ISSN: 2326-1978 |
| Publisher | Project MUSE (PUBLISHER • US) |
| DOI | 10.1353/mln.2014.0035 |
| OpenAlex | W2093593248 |
| Language | IT |
| References cited | 1 |
Svevo letto e interpretato da Eduardo Saccone Matteo Palumbo (bio) i. La difficoltà di un ragionamento Non è facile parlare di un argomento come questo che ho scelto senza correre il rischio di sconfinare nella autobiografia. Infatti, per la mia storia personale l’incontro con Eduardo Saccone si identifica con l’avvicinarsi a Svevo e richiama immediatamente un modo rivoluzionario di interpretare la sua opera. Ma credo che la mia autobiografia sarebbe ben poco interessante e non troverebbe lettori pazienti. Cercherò, al contrario, di essere il più possibile distaccato e oggettivo, come un testimone neutro che tenti di ricostruire il clima generale degli studi sveviani verso la fine degli anni Sessanta e valuti in quale modo dentro questo clima agissero gli studi di Eduardo e che cosa una generazione come la mia potesse trovare e scoprire nelle loro formulazioni. ii. Stato della critica Chi si preparava a studiare l’autore triestino negli anni Sessanta aveva davanti a sé, a grandi linee, soprattutto le monografie di Arcangelo Leone De Castris e di Bruno Maier e i saggi di Giorgio Luti.1 La tendenza generale degli studi, con tutte le distinzioni possibili, privilegiava l’inserimento di Svevo all’interno della cultura del Decadentismo e il modo con cui egli, mettendo in scena la propria malattia di uomo e di artista, testimoniava, in senso lato, la crisi della cultura borghese. [End Page S109] Si tratta, come è sempre stato a proposito di Svevo, di un campo minato. Le oscillazioni o le confusioni potevano giungere al punto che lo stesso critico, ripubblicando a distanza di qualche anno la propria monografia, facesse una pubblica ed esplicita correzione di rotta e ammettesse di aver male interpretato l’approdo della Coscienza di Zeno.2 Quella conclusione che a lui era apparsa una vittoria e una guarigione doveva essere giudicata in modo rovesciato e negativo. L’ottimismo, riconosciuto inizialmente come una conquista sul disordine della vita e frutto dell’applicazione al lavoro, era sostituito dalla convinzione che l’ultima parola inclinasse al pessimismo, intrinseco a una malattia riconosciuta come definitiva nell’esperienza umana. Questo episodio è solo il segnale più esplicito di un’ambiguità teorica, direttamente determinata dall’uso di categorie e di idee inabili a intendere la complessità dei problemi dei romanzi sveviani. Pure erano queste idee a costituire la vulgata della critica e a essere il punto di riferimento che obbligava ogni successivo lettore a un inevitabile confronto. Occorreva mettere in discussione precisamente quei riferimenti e i modelli che li determinavano perché potesse apparire altro. Come si sa, Eduardo era uno spietato polemista, che cercava espressamente il confronto con le tesi dominanti. Quando affrontava la lettura di un testo, programmaticamente si metteva davanti idee precedenti, che fossero accettate come autorevoli, e disegnava il proprio punto di vista contro tali posizioni, di cui egli dimostrava puntigliosamente le insufficienze, le contraddizioni, o, ancora, la genericità. Se partiamo in ordine cronologico dal primo tra gli studi, raccolti nel volume Il poeta travestito. Otto scritti su Svevo, apparso nel 1977, possiamo verificare immediatamente il modo di procedere. Mi fermerò in particolare, in questo ragionamento, sugli interventi degli anni ’60 e considererò i testi critici, al di là delle loro specifiche differenze, come un discorso continuo e unitario sulle opere di Svevo. A partire dal primo contributo, ci accorgiamo subito di una stupefacente novità: di metodo, di idee, di riferimenti culturali e di orizzonti teorici. Il saggio in questione, [End Page S110] pubblicato originariamente con il titolo “Dati per una storia del primo Svevo” e riedito con il titolo mutato di “I dolori del giovane Schmitz (1880–1889),” apparve per la prima volta nel 1962, ma ha in calce, come periodo di composizione, gli anni 1959–1960. Sono date essenziali per intendere l’originalità delle proposte. Esaminiamo prima di ogni cosa il metodo. Immediatamente, nella prima pagina dell’articolo prima ricordato, si può trovare, a proposito di affermazioni di Leone de Castris, che “ci sarebbe da togliere e attenuare” (“Il poeta travestito” 27). Ma è solo il primo segnale degli avvertimenti polemici che si incontreranno nelle pagine successive e che sono l’espressione di un modo di lavorare. Poco più avanti si legge: Noi non drammatizzeremo, come pur è stato fatto, né “il primo grave momento
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